Il Giappone visto da un italiano residente in Giappone vol.1

(da Ciao!Journal no.11 febbraio 2018)
il Giappone visto da un italiano residente in Giappone

Vol.1 Squadra che vince non si cambia

Vivo in Giappone ormai da diversi anni ma, come tanti altri aspetti della cultura e della società di questo paese, la politica nipponica rimane per me fonte costante di sorprese e curiosità.

Cercando di tralasciare qualsiasi giudizio di merito sulla situazione politica giapponese, vorrei elencare nel presente articolo alcuni elementi peculiari del sistema che, per un italiano residente in Giappone, risultano quantomeno interessanti e forieri di riflessione.

Reggenza monopartitica

Da italiano abituato al mutevole panorama politico del Bel Paese, caratterizzato dalla creazione continua di nuovi partiti, nuove alleanze e da un’instabilità strutturale che dura ormai da 70 anni, la continuità del partitismo giapponese è qualcosa di quasi “alieno” e di difficile concezione. 

Dal 1955 ad oggi, a parte due brevi parentesi nel 1993 e dal 2009 al 2012, un unico partito ha dominato la scena politica giapponese: il Jiyū-Minshutō (Partito Liberal Democratico).

Una continuità politica ed unità di intenti che, tra le altre cose, nel corso della seconda metà del 20° secolo ha permesso ad un paese collassato sotto il peso della guerra di raggiungere, all’apice del boom economico, addirittura il secondo gradino del podio delle potenze economiche mondiali.

Ovviamente 60 anni di reggenza pressoché ininterrotta hanno dato vita anche ad aspetti più negativi, come nepotismo, la creazione e rafforzamento del cosiddetto Iron Triangle (lobby tra industriali, burocrati e politici che rappresenta il fulcro del mondo economico-politico giapponese), e fenomeni come l’amakudari (la pratica assodata di assegnare posti di considerevole rilevanza, a livello di prestigio e di salario, in compagnie o istituzioni sia pubbliche che private, ad ex-esponenti dell’élite burocratica). 

Partecipazione popolare

Questo “immobilismo” partitico, unito alla tendenza tipicamente nipponica al mantenimento dello status quo e dell’ordine costituito, è causa e conseguenza di una progressiva perdita di interesse nei confronti della politica, soprattutto tra i giovani.

Nonostante l’abbassamento nel 2016 dell’età per poter votare (dai 20 ai 18 anni), l’affluenza alle urne per le (numerose) elezioni dei vari organi amministrativi del paese rimane sempre molto bassa. Alle ultime elezione nell’ottobre 2017, si è registrata un’affluenza del 53% (dato che scende al 41% se si considera la fascia di elettori tra i 18 e i 19 anni), il secondo risultato più basso dalla fine della seconda guerra mondiale.

Spesso chiedo ad amici e colleghi se sono andati a votare, a prescindere dallo schieramento politico, e non è infrequente che mi rispondano di non sapere neanche che ci fosse una votazione in atto.

In questo la televisione non aiuta: se in Italia forse si eccede nel numero/frequenza di talk show e programmi di approfondimento politico (con ripercussioni negativi sulla qualità degli stessi), in Giappone, a parte alcuni programmi di dibattito politico il sabato e la domenica mattina, questo tipo di format non è molto diffuso, e le discussioni sull’argomento lasciano il posto a varietà o programmi culinari.

(continua)

 Federico Bianchi(Tokyo)

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