Di Lauree e di Italia: pensieri ed opinioni di un ex universitario italiano

 A fine aprile 2015, assieme ad altri ragazzi e ragazze all’incirca della mia età, mi ritrovavo nella sede di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano, diviso tra il cercare di calmare una mia amica prima della fatidica entrata in aula magna e il ripassare mentalmente i tratti salienti della mia tesi magistrale.

Da lì a un paio d’ore, tra gli abbracci dei miei genitori, cori di amici e complimenti di parenti vari, avrei visto la fine di un percorso iniziato nell’ormai lontano 2009 quando, dopo un anno perso a scienze politiche, avevo deciso di cambiare completamente rotta e darmi allo studio del giapponese.

Allora, seppur carico di belle speranze ed aspettative, non mi sarei mai aspettato di ritrovarmi col passare degli anni a viaggiare e perdermi per il mondo, dormendo negli aeroporti, a scappare di notte da Tokyo durante il grande terremoto del 2011, finendo poi col frequentare un’università giapponese e vivendo una miriade di avventure che hanno attraversato tutto il mio percorso di (ormai ex) studente universitario italiano.

Illustrazione di Nicola Monopoli ispirata a “Le Avventure di Pinocchio” di Enrico Mazzanti (1852-1910)

Perché occorre dire una cosa: essere un universitario, in Italia, non è cosa facile.

Tralasciando le problematiche di chi è fuori sede e si ritrova a vivere una vita sui pessimi trasporti pubblici, attanagliati da scioperi e guasti, o a combattere per un affitto ad un prezzo ragionevole con la speranza di non incappare in coinquilini dalla scarsissima igiene personale, il sistema universitario italiano presenta una serie di problemi che negli ultimi anni si sono man mano andati ad acuire, peggiorando un quadro d’insieme già profondamente compromesso.

Fatta eccezione per le università private, che tramite i finanziamenti dei privati riescono a raggiungere livelli di qualità di insegnamento più alti, con costi delle rette notevolmente maggiori rispetto alla media nazionale, il sistema pubblico risulta in crisi, a fronte di ripetuti tagli governativi ai fondi per la ricerca, iscrizioni in calo e percentuali di studenti che abbandonano gli studi in crescita. 

Il 9% percento degli iscritti non consegue una laurea, portandoci in Europa a un ben poco lusinghiero secondo posto, immediatamente dietro alla Francia (17%). (dati della Commissione europea relativi al 2016)

Il sistema del cosiddetto 3+2 (triennale e magistrale) ha inoltre contribuito a produrre un vasto insieme di laureati e laureate in possesso di titoli di studio considerati dal mercato del lavoro di scarso valore, ai quali vengono preferite in genere laurea di tipo specialistico.

D’altro canto, chi ha preferito proseguire oltre la triennale, spesso si sente dire di essere troppo vecchio per il mercato del lavoro, con scarsa o nulla esperienza.

Questo insieme di condizioni ha contribuito a un notevole aumento nei numeri dei neo laureati che decidono di espatriare: la cosiddetta “fuga dei cervelli” sta raggiungendo livelli sempre più critici, danneggiando da un lato il sistema italiano e portando a una costante e sempre più inevitabile perdita di fiducia nei confronti del proprio paese; nepotismi, scandali, borse di studio praticamente inesistenti e una burocrazia quasi di retaggio borbonico fanno presagire ben poco di buono per il futuro dell’università pubblica.

Se non fosse stato per professori che amano il proprio lavoro, e che ancora resistono, probabilmente avrei fatto parte del 9% di cui sopra: certo, non tutto è andato come mi immaginavo a ventun anni, e sicuramente, se in qualche modo potessi tornare indietro, alcune cose le cambierei.

Ma come diceva una professoressa che mi ha reso quel che sono, e che più che un’insegnante è stata mia amica e confidente: 

“Alla fine siamo tutti rōnin 浪人, uomini e donne onda, persi sul mare della vita”.

Ad alcuni questo potrà non piacere, mentre forse altri saranno d’accordo con me; frequentare l’università in Italia è iniziare un viaggio senza sapere dove questo finirà col portarci.


Jacopo Acquati
Nato nel 1988, ha vissuto e studiato in Giappone. Presso l’Università Statale di Milano ha tenuto seminari di cultura giapponese ed attualmente si occupa di trade finance in ambito asiatico.
(da Ciao!Journal no.15 settembre-ottobre 2018)

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