Ad agosto dell’anno scorso i Måneskin sono stati per la prima volta in Giappone, dove si sono esibiti sul palco del Summer Sonic Festival. Tra un evento e l’altro della loro agenda fitta di impegni, tra cui per esempio la partecipazione a programmi televisivi giapponesi, la rock band italiana postava su Instagram le foto dei luoghi che visitava durante le serate al riparo dalle telecamere. Nelle foto scattate ai karaoke box di Tokyo in cui è possibile travestirsi, Damiano, il vocalist, ed Ethan, il batterista, indossano le classiche uniformi alla marinara delle studentesse giapponesi. Non è raro vedere cosplayer stranieri indossare costumi che ricordano le divise scolastiche utilizzate da personaggi di manga e anime; per questo motivo le uniformi finiscono per essere associate a eventi od occasioni particolari dove sperimentare qualcosa di inusuale.
Le divise vengono utilizzate ovunque in tutto il mondo, a partire dalle forze armate e dalle compagnie aeree, dai ristoranti, dai centri commerciali e dalle boutique. Il loro scopo è quello di rappresentare la posizione sociale di un individuo e di identificarne l’appartenenza all’interno di un determinato gruppo. In occasione di eventi internazionali, come le Olimpiadi o l’Expo, viene riservata particolare attenzione all’ideazione delle uniformi ufficiali, in quanto servono per riflettere l’immagine di quel determinato Paese. Ricordiamo, ad esempio, quelle dell’Italia create da Giorgio Armani per le Olimpiadi di Tōkyō 2020. Insomma, in tutto il mondo ogni organizzazione – chi in misura maggiore, chi minore – progetta la propria uniforme. La stessa cosa vale per la scuola: il Giappone, infatti, non è l’unico paese a utilizzare le uniformi. Certo è che il suo caso si può definire abbastanza particolare… Vediamo di capire un po’ il perché.
La nascita dell’uniforme scolastica in Giappone
Le uniformi scolastiche in Giappone vengono utilizzate spesso, soprattutto alle medie e alle superiori (ovviamente ci sono anche scuole che danno la possibilità agli studenti di indossare abiti comuni o che non hanno una propria uniforme). Questa usanza è nata circa 140 anni fa: nel 1879 (dodicesimo anno del Periodo Meiji) vennero adottati per la prima volta gli tsume-eri (uniforme maschile composta da pantalone e giacca con colletto, da cui l’origine del nome, che significa “colletto duro”, n.d.t.) dalla scuola del Gakushūin, frequentata dalla famiglia imperiale e dai giovani appartenenti alla classe nobiliare.
Anche la scuola femminile della Tōkyō Shihan Gakkō (l’attuale Università Ochanomizu) adottò le uniformi in stile occidentale, proprio come successe per lo tsume-eri maschile; queste tuttavia non riuscirono ad attecchire.
Si prese, invece, l’abitudine di usare al loro posto l’hakama (indumento tradizionale giapponese simile a una larga gonna-pantalone, n.d.t.) e di definire “haikara-san” le studentesse che andavano a scuola sfoggiandola con fierezza. Successivamente, con l’introduzione dell’uniforme alla marinara, si smise di utilizzare l’hakama come divisa scolastica femminile, anche se, ancora oggi, è abitudine indossarlo durante le cerimonie di laurea.
Con l’inizio del Periodo Taishō (1912-1926), l’abbigliamento occidentale si fece man mano più diffuso all’interno delle aree urbane, con sempre più giovani che decidevano di seguire quella moda adattandola al proprio stile. Tuttavia, con lo scoppio della Guerra del Pacifico, i ragazzi furono costretti a indossare le uniformi nazionali e le ragazze i monpe (pantaloni femminili utilizzati tradizionalmente dalle donne per dedicarsi ai lavori agricoli, n.d.t.), mentre i prodotti di prima necessità, come l’abbigliamento, finirono per essere razionati.
Uniformi e variazioni
Il Giappone nel Dopoguerra ebbe un grandissimo boom economico e, a mano a mano che la vita delle persone diventava sempre più ricca e prospera, si tornò non solo a usare gli tsume-eri e le uniformi alla marinara a scuola, ma iniziarono anche ad essere create delle variazioni, come nel caso dei blazer. Gli studenti preferivano vestirsi assecondando i loro gusti; iniziarono, quindi, a indossare le uniformi che loro stessi modificavano. Negli Anni Ottanta, per esempio, si diffuse la moda degli tsume-eri dalla giacca corta e delle uniformi alla marinara abbinate a gonne molto lunghe. Negli Anni Novanta, invece, le gonne si fecero sempre più corte, e si diffuse la moda della minigonna abbinata ai calzettoni.
Questi ultimi, negli anni 2000, persero il loro fascino, al contrario della gonna corta che continuò, invece, a spopolare. Per quanto riguarda, invece, l’abbigliamento maschile, si iniziarono a portare i pantaloni dell’uniforme in stile koshi-pan, ovvero sotto la linea della cintura, e a spalmarsi i capelli di cera fino a farli diventare lucidi e tirarli all’insù, a mo’ di cresta.
Dal 2010 in poi, con l’incredibile popolarità del K-Pop, l’influenza della cultura giovanile sud-coreana prese il sopravvento, e gli studenti giapponesi iniziarono a indossare le uniformi scolastiche in uno stile più casual, abbinandole a felpe e sneakers.
Uniformi e restrizioni
C’è, tuttavia, un però: gli studenti che vogliono esprimere la propria individualità nei vincoli delle loro uniformi, devono combattere costantemente contro le scuole che li controllano e dettano rigide regole in merito. Soprattutto nelle prefetture delle aree rurali, dove i regolamenti sono estremamente rigidi, il colore dei capelli degli studenti deve essere nero, al punto da costringere chi nasce con i capelli castani a tingerseli. La lunghezza dei capelli, inoltre, non deve superare le spalle, il che obbliga le studentesse a raccoglierli con forcine ed elastici neri o marroni.
Anche gli universitari non sono esenti da costrizioni: quando arriva il momento di mettersi alla ricerca di un lavoro, sono tenuti, infatti, a indossare un completo, che deve essere nero, di una lunghezza standard – sia per i pantaloni, che per le gonne – con una cravatta semplice.
Sono abiti difficili da abbinare, ed è per questo che, una volta assunte, le persone non li indossano più. Per quanto riguarda la divisa femminile, al completo vengono abbinate sempre delle decolleté nere, con le quali le studentesse devono camminare da un colloquio all’altro per tutto il giorno, cosa che nel tempo può causare gravi danni ai piedi. Un problema, questo, molto discusso e su cui è necessario fare dei passi avanti.
Ho rivolto molte critiche alle uniformi giapponesi, ma hanno anche aspetti positivi: grazie al loro utilizzo, infatti, non è necessario dover stare a pensare a cosa indossare. Non a tutti piace decidere come vestirsi ogni giorno: anzi, alcune persone potrebbero non sapere proprio come fare. Ecco come l’uniforme scolastica diventa, così, un abito magico capace di eliminare ogni stress.
Nonostante questo bilico tra costrizione e libertà, ci si sta muovendo verso l’adozione di uniformi che garantiscano la neutralità tra i generi, in modo che anche le ragazze possano scegliere di indossare i pantaloni. Spero che nel prossimo futuro chi utilizzerà le divise avrà la possibilità di adattarle come più preferisce, e che diventi normale indossarle senza sentirsi a disagio.
Ciao! Journal
(Traduzione in italiano: Camilla Troisi)
参考文献:
『カンコー博物館』(https://kanko-gakuseifuku.co.jp/museum/history_uniform)
『近代日本学校制服図録』難波知子著(創元社、2016年)
Nao Masunaga
illustrazione:Nanako Suezaki
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